Cinema e Cibo, racconto di sofferenza e clichè

Cinema e cucina viaggiano di pari passo, come evidenziato nelle sue trattazioni – fra gli altri – dal dottor Matteo Mugnani, psicologo specializzato in disturbi alimentari. La Seconda Guerra Mondiale fa da spartiacque nel racconto di questo connubio. La ricerca del pane diventa il miraggio di un ritorno alla normalità.

In “Roma Città Aperta” (1945) di Rossellini le donne “indossano i pantaloni”, caricandosi sulle spalle il destino della famiglia, e lottano davanti ai pochi forni aperti per accaparrarsi una razione di pane. Gli uomini sono ancora troppo segnati dai campi di battaglia per combattere oltre, stavolta sul versante della sopravvivenza quotidiana. Il cibo è un valore, morale più che economico. E’ la speranza di rinascita dopo gli orrori del conflitto. In “Ladri di biciclette” (1948) di De Sica, il bimbo “povero” alle prese con un modesto panino affronta anche la spocchia del bimbo ricco che degusta un abbondante menù. Riesce a farsi forte solo della “solidarietà paterna”, del cibo inteso come momento di condivisione delle difficoltà, a differenza dell’apatia che caratterizza il fatuo contesto agiato.

Negli anni ’50 il cibo torna a frequentare progressivamente le tavole italiane. Aldo Fabrizi stampa il clichè dello spaghetto al pomodoro, presenza fissa sulla sua tavola, quasi un deterrente dell’indigenza. Non c’è più urgenza nè carestia, e allora si può addirittura discutere sulla cottura della pasta (“L’onorevole Angelina” di Zampa – 1947) o persino giocare con l’abbondanza, esorcizzando la fame; si pensi alla scena leggendaria di “Miseria e Nobiltà” (1954) in cui Totò danza sulla tavola imbandita nutrendosi di spaghetti con le mani, avendo cura di riempirne anche le tasche.

Con Sordi arriva il modello americano (“Un americano a Roma” – 1954) , rimarcando il quale non si fa altro che valorizzare l’italianità. L’Albertone nazionale – infatti – arriva quasi a mettere in discussione il “maccarone” nostrano in favore della mostarda, poi si ravvede, si sbarazza malamente del “food” (zozzeria) e si rituffa sul “maccarone” (reo di averlo provocato) per “magnarselo”.

La Dolce Vita capitolina, apparentemente lussuosa, è interlocutoria rispetto alla crisi sociale degli anni ’70, dove il cibo è un riempitivo del vuoto morale. Ne “La Grande Abbuffata” (1973), Tognazzi bada a rimpinzarsi senza criterio, cercando quasi di manipolarsi l’addome per trovare un angolino ancora disponibile. E’ Villaggio il precursore dell’attualità. “Fantozzi” (1975) – ragioniere che identifica l’italiano medio – si cimenta con l’esterofilìa delle nuove culture gastronomiche, salvo poi scoprire che al ristorante cinese mozzano le dita (con un colpo di sciabola) a chi non fa onore alle pietanze, per realizzare le quali non viene risparmiato nemmeno Pierugo, il cagnolino della signorina Silvani (evidente richiamo al clichè dell’impiego animale in cucina).

Fantozzi è anche quello del cibo da consumare “in trance” davanti alla tv (il “frittatone di cipolle” con r…. libero in occasione di una partita dell’Italia). Ma Fantozzi è anche colui che anticipa il tema dell’ossessione per le diete (ripreso da pellicole successive come “Sette chili in Sette Giorni” del 1986 con Verdone e Pozzetto), sottoponendosi ai duri metodi del Professor Birkermaier; memorabile la sequenza in cui Villaggio approfitta delle rare distrazioni dell’aguzzino per inghiottire furtivamente delle succulente polpette, preparate proprio per testare la resistenza del paziente.

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