Il Babà è una cosa seria

Musica e sapori. Note e pietanze. Un binomio fecondo, succulento, che accompagna la storia della canzone italiana. Che sia argomento marginale, pretesto per raccontare tutt’altro, metafora subliminale o fulcro del brano, il cibo figura in tanti pezzi del repertorio nostrano. Magari non tutti “irreprensibili” sotto il profilo della qualità artistica ma indubbiamente orecchiabili, fino a diventare “tormentoni”.

Rita Pavone, ad esempio, nel 1964, inneggia alla Pappa col pomodoro, piatto della cucina povera toscana, durante la sigla cult dello show “Il Giornalino di Gian Burrasca”. Non troppo tempo prima, Aurelio Fierro, alfiere della canzone partenopea, in un Festival di Napoli aveva riconosciuto che ‘A Pizza fosse un’arma di conquista più efficace di un diamante (“Io te ‘ncuntraje, volevo offrirti, pagandolo anche a rate, nu brillante ‘e quínnece carate, ma tu vulive ‘a pizza, ‘a pizza, ‘a pizza, cu ‘a pummarola ‘n coppa, ‘a pizza e niente cchiù”).

La grande Mina, invece, lontana dai virtuosismi dei suoi pezzi “impegnati”, implora un assaggino di una misteriosa bontà in padella, tanto gustosa da essere accostata ad un fantomatico Vitello delle Ande o un improbabile Bovino della Gallura (“Ma che bontà, ma che bontà, ma che cos’è questa robina qua, ma che bontà, ma che bontà, ma che gustino questa roba qua”).

L’eclettico Gaber accosta Barbera e Champagne per ricacciare i dispiaceri in una briosa dimenticanza, mentre il sempreverde Morandi, che già aveva suggerito alla fidanzata l’escamotage dell’acquisto del latte per un fugace incontro (Fatti mandare dalla mamma…), abbina stavolta Banane e Lampone, più che altro per dare ulteriore ‘marca esotica’ ad un brano già spiccatamente ‘latino’ nell’arrangiamento.

Molti si rifugiano nel versatile caffè, che all’occorrenza può valere come tònico rigenerante (7mila caffè di Alex Britti), riverente accudimento di qualcuno che conta (Don Raffaè di Fabrizio De Andrè), mistificazione di una realtà dimessa (Na tazzulella ‘e cafè di Pino Daniele) o vano riempitivo (Caffè Nero Bollente di Fiorella Mannoia).

La Rosalina di Fabio Concato vanifica le fatiche in bici con l’abuso di bignè, nulla al cospetto del Babà di Marisa Laurito; la show-girl partenopea, nel 1989, “viola” la sacralità di Sanremo con un articolato quanto grottesco elogio del soffice e liquoroso dolce napoletano, che non va affatto sottovalutato (“Il babà è una cosa seria, col babà nun se pazzèa”). Per la Laurito, che si “consola co l’addore d’a pummarola, si tira su con ziti al ragù e si fa più buona e bella con gnocchi cu’ a mozzarella”, il babà è tutto (“un ciucciotto, la coperta di Linùs, un antistress”) ed addolcisce la vita amara… perchè in fondo “la fortuna e l’amore vanno ma il maccherone resta”!!! A modo suo, un capolavoro.

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