A spasso fra i vitigni della “Campania Felix”

La più significativa provincia dell’enologia regionale, quella di Avellino, si identifica indissolubilmente nei suoi 3 vitigni: l’Aglianico, la cui massima espressione è il Taurasi; il Fiano, principe dei bianchi in ben 26 Comuni dell’omonima DOCG, ed il Greco, vero signore della tavola con la sua versatile identità di bianco/rossista. Vini capaci di rivaleggiare con le più prestigiose denominazioni del mondo, beneficiano di un clima rigido del tutto insolito per queste latitudini: profumi, eleganza, struttura sono il viatico per l’eccellenza.

Per quanto riguarda il beneventano, sono 2 le zone dall’eminente vocazione vitivinicola: il Taburno, massiccio calcareo ad Ovest di Benevento, e il Sannio, regione che si spinge verso Est ed abbraccia anche parte del Molise. Aglianico (a bacca nera, cioè rosso), Falanghina e Coda di Volpe (a bacca bianca) sono i vitigni di riferimento, che “ispirano” vini DOCG e DOC anche dal lungo invecchiamento. Occhio anche ai nuovi impianti di Greco e Fiano, che non cercano di imitare i cugini irpini ma vogliono ritagliarsi una propria personalità.

Aversa, Ager Falernus, Roccamonfina e Caiatino-Matesino identificano le aree vinicole di spicco della provincia di Caserta. Dettano legge i vitigni Asprinio, Aglianico, Piedirosso e Pallagrello. Il primo, coltivato su terreni sabbiosi, dà vita alle straordinarie coltivazione ad alberate, da cui nascono vini bianchi acidi e basi per spumanti; il secondo e terzo caratterizzano il famoso Falerno del Massico, un rosso che affonda le sue radici nell’Impero Romano; l’ultimo, che prende il nome dalla perfetta rotondità degli acini (vere e proprie sfere), ha la doppia varietà (bacca bianca e nera) tra i pochi in Italia. Discorso a parte merita il “riscoperto” vitigno Casavecchia, poco produttivo e dunque votato alla trasformazione in vini “vigorosi” di alta qualità, predisposti all’invecchiamento.

Ischia, Penisola Sorrentina e l’Area Flegrea/Vesuviana rappresentano il contributo partenopeo all’eccellenza vitivinicola campana. Da un lato, i terrazzamenti intrisi di salsedine della Biancolella e della Forastera (un autoctono di provenienza sconosciuta); dall’altro, i terreni ricchi di cenere e lapilli della “giovane” floreale Catalanesca, della Falanghina (zona Campi Flegrei), del Coda di Volpe e del Piedirosso (con la maturazione dell’uva, il rachide del grappolo diventa rosso come il “piede” di un colombo) che compongono la celebre DOC “Lacryma Christi”. Altri esponenti di spicco il rubino “Gragnano” e suo fratello, il “Lettere”, che Mario Soldati definiva “un piccolo vino ma veramente insuperabile”.

Chiudiamo con la provincia di Salerno. La sua geografia vitivinicola comprende: Colli di Salerno, Costiera Amalfitana, Valle del Calore, Piana di Paestum e Cilento. Sui fitti pergolati della Costiera, issati su terreni calcarei, albergano il “profumato” Ginestra (alias Biancatenera), il Tintore di Tramonti (dai grappoli “spargoli” e le vigne centenarie) e il Pepella, vitigno antichissimo (con acini difformi, alcuni piccoli come un granello di pepe) di cui rimangono pochi ceppi. Insieme al Ripoli di Furore e Positano, al Fenile e al Tronto (sottozona Furore), confluiscono nell’importante DOC Costa d’Amalfi, che raggruppa bianchi e rossi “asciutti” di medio e giusto corpo. L’Aglianico ed il Fiano spadroneggiano nel Cilento e nella Piana di Paestum, con vini di pregio, anche per lungo affinamento. Nei Colli di Salerno, ai vitigni classici della viticoltura campana si affianca la più nutrita rappresentanza di vitigni internazionali, dal Merlot al Cabernet fino al Petit Verdot: una enologia unica e variegata.

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